La furia di Meloni contro gli alleati: "Non tiro a campare ora un chiarimento"

Scritto il 15/07/2026
da Adalberto Signore

La premier: vediamo come la legge esce dalla Camera e poi valuteremo cosa fare

Sapeva bene che sarebbe stata una votazione sul filo, ma questo non basta certo a lenire l’irritazione (per usare un colossale eufemismo) seguita al gigantesco scivolone in cui è incappata ieri la maggioranza, con la Camera che ha bocciato per un solo voto (188 a 187) l’emendamento che avrebbe introdotto un sistema soft di preferenze.
Giorgia Meloni segue i lavori di Montecitorio da Palazzo Chigi e quando sul televisore appare il risultato di quello che è il dodicesimo voto segreto della giornata sbotta. Letteralmente.
«Sono stanca di andare avanti così, ora tutti si devono assumere la responsabilità politica di quanto è accaduto oggi, perché certo io non ho intenzione di tirare a campare», dice visibilmente alterata a più di un interlocutore.
Meloni, infatti, era ovviamente consapevole che il voto fosse non scontato, come pure era ben conscia delle avvisaglie che si avvertivano ormai da settimane.
Ma certo non si aspettava un flop di queste dimensioni, visto che - a conti fatti andare sotto di un voto alla Camera significa che nella maggioranza sono mancati 31 deputati. E questo nonostante i gruppi parlamentari di Forza Italia e Lega avessero dato in mattinata il loro via libera all’emendamento.
Un’enormità, soprattutto considerando che in Fratelli d’Italia sono assolutamente convinti che la quasi totalità dei franchi tiratori arrivi dalle fila di azzurri e Carroccio, che insieme contano 110 deputati. In verità, anche tra i 117 di Fdi di contrari alle preferenze ce ne sono, non a caso ieri si è presentato in Transatlantico il ministro Francesco Lollobrigida, proprio per cercare di tranquillizzare chi temeva per la sua rielezione. E lo stesso hanno fatto Giovanni Donzelli e Galeazzo Bignami, che hanno vigilato sul voto.
La premier, dunque, non ha intenzione di nascondersi rispetto a un dato politico che è evidente. E, anzi, è intenzionata a chiedere conto ad Antonio Tajani e Matteo Salvini di quali siano le loro intenzioni per il futuro. Nella Prima repubblica si sarebbe parlato di verifica di maggioranza.
Non oggi, ma dopo che la legge elettorale uscirà dalla Camera. Quello sulle preferenze, infatti, è solo uno dei 115 voti segreti previsti e la premier è intenzionata a mettere alle strette Forza Italia e Lega. «Si assumano le loro responsabilità», ripete ai suoi. Tutti ragionamenti che avrebbe fatto anche in diversi contatti diretti con Tajani e Salvini.
Oltre al dato politico, quindi, c’è anche quello tecnico. Perché ad andare sotto non è stato il governo ma la maggioranza. Peraltro su un singolo emendamento e non su un voto di fiducia.
In questo senso, si potrebbero poi rispolverare diversi precedenti, tra cui quello del 2014 quando sull’Italicum di Matteo Renzi la maggioranza fu battuta con il voto segreto ben tre volte in una sola seduta.
Dal punto di vista procedurale, dunque, nulla osta ad andare avanti. Tanto che ancora prima che venisse sospesa la seduta, Fratelli d’Italia ha chiesto di mettere al voto la prosecuzione notturna della seduta dalle 21 alle 24. Insomma, per il momento si va avanti. E solo quando la legge elettorale avrà chiuso il suo iter alla Camera si tireranno le somme.
Certo, ammette Meloni in un post su Facebook, ieri «ha vinto di nuovo la palude». «Noi Ci abbiamo provato a reintrodurre le preferenze nella legge elettorale dopo più di 30 anni di liste bloccate». «E - continua la premier - abbiamo chiesto che si votasse con voto palese e che ognuno mettesse la faccia sul suo voto, ma le opposizioni hanno voluto il voto segreto».
Il risultato del voto sull’emendamento per introdurre le preferenze, spiega, «dice che la sinistra e le opposizioni hanno votato compattamente contro».
Ma, aggiunge, «anche nella maggioranza sono mancati diversi voti». «Su questo conclude sibillina - serve una riflessione».