La sinistra salva i "nominati" e vede il voto anticipato. Alle ore 19.10, Fabio Rampelli, che presiede la Camera, legge l'esito delle votazioni sull'emendamento (di maggioranza), che introduce le preferenze nel testo della nuova legge elettorale all'esame del Parlamento: 188 contrari, 187 favorevoli. Governo sotto per un voto, stop alle preferenze. Il risultato è accolto con un boato dall’emiciclo di sinistra. Pd, M5s e Avs invocano le dimissioni dell’esecutivo e voto anticipato. Il colpo è innegabile per il centrodestra. Alla maggioranza mancano 31 voti, compresi gli assenti.
Il Parlamento dei nominati è salvo. Il potere di scegliere i parlamentari resta nelle mani dei segretari di partito. Grazie alla compattezza della sinistra e alle divisioni in maggioranza. La premier Giorgia Meloni riflette. Per la sinistra, al contrario, l’unica strada è il voto anticipato.
La segretaria del Pd Elly Schlein, dopo lo stop all’emendamento sulle preferenze, prende la parola in Aula e invoca le elezioni: «È un voto contro l’arroganza di una leader donna che per difendere il suo potere, era pronta a schiacciare quello delle altre donne. È il momento di ritornare a casa per dare finalmente un governo a questo Paese in grado di risolvere i problemi dei milioni di italiani che avete ignorato per quattro anni».
Nel campo largo, le divisioni e le liti sono congelate. L’assist che arriva dal centrodestra ridà vigore all’alleanza di sinistra.
Chi vive un pomeriggio di gloria. Il leader del M5s Giuseppe Conte cerca di occupare la scena, parla in Aula, convoca la stampa e organizza collegamenti con le trasmissioni.
«Avete sfiduciato la vostra presidente del Consiglio.
A questo punto - bisogna avere il coraggio - ora che siete andati sotto vi rimane un’unica cosa, aprire una crisi di governo e andare a casa perché tocca a noi», dice l’ex premier. Matteo Renzi, non ancora ufficialmente alleato del campo largo, chiede al presidente del Consiglio Giorgia Meloni di salire al Colle: «Riteniamo una vergogna che a scrutinio segreto i parlamentari della destra abbiano bocciato un emendamento che migliorava la pessima legge elettorale. La maggioranza non c’è più. Meloni vada al Quirinale subito e si dimetta. Nessun inciucio, nessun governo tecnico.
Si vada subito al voto: restituiamo la parola ai cittadini, con questa legge elettorale. Si voti a settembre, come già si è fatto quattro anni fa, e vediamo chi ha paura davvero del giudizio degli italiani», promette il leader di Italia Viva. I leader del campo largo intervengono tutti. Il messaggio è identico: Meloni al Quirinale. Nicola Fratoianni (Avs): «Hanno perso clamorosamente, ne prendano atto e ne traggano le conseguenze. Questa vicenda va ben oltre la legge elettorale. Questo voto dice molto di più: quando una parte decisiva della tua maggioranza viene meno, forse devi trarne qualche conclusione». Tenore identico da parte del gemello Angelo Bonelli: «Chiediamo alla presidente del Consiglio di andare rapidamente dal presidente della Repubblica. Ancora una volta Giorgia Meloni ha perso». Il campo largo (senza Renzi) si ritrova, dopo i festeggiamenti in Aula, in piazza alla Notte della democrazia, il party organizzato da Riccardo Magi.
A fine serata, Carlo Calenda picchia tutti: «La maggioranza va sotto e il campo largo, senza un leader, un programma e una linea di politica estera, che strilla scompostamente “elezioni”. È l’immagine plastica di un’Italia allo sbando, con la destra e la sinistra attori di un teatrino ridicolo». Oggi si ricomincia.
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