Per un voto. Un voto solo.
L’emendamento di Giorgia Meloni sulle preferenze è stato bocciato alla Camera. La premier aveva sfidato nell’ultimo vertice gli altri leader della maggioranza: «Dovete votare contro i miei emendamenti, voglio vedere se lo fate». E lo hanno fatto. O meglio non c’è stata una mobilitazione generale per difendere l’emendamento della Premier. La settimana scorsa Matteo Salvini in una riunione dei leghisti aveva detto: «Diciamo che siamo d’accordo e poi vediamo che succede in aula».
Nelle ultime ore messaggio identico è partito da Antonio Tajani ai suoi: «Facciamo quello che ci conviene. Diciamo che siamo d’accordo poi ognuno si prenderà le sue responsabilità nel voto segreto».
Un’aria strana, un’atmosfera indecifrabile che la Meloni aveva annusato tant’è che ha criticato l’adozione del voto segreto in aula: «Debbono metterci la faccia». Infine l’arma finale, una voce che i suoi hanno fatto circolare per compattare la maggioranza: «Se l’emendamento non passa si va subito ad elezioni». Ma non è bastato.
Ora bisogna vedere cosa succederà . L’ipotesi più probabile è che si ritorni al copione iniziale, di un mese fa, quello che l’azzurro Stefano Benigni aveva prospettato su questo giornale: «Fratelli d’Italia presenta un emendamento, fa la sua battaglia popolare per le preferenze, ma con l’accordo che venga bocciato in aula e li finisce». L’intesa sottobanco non c’è stata, ma il risultato potrebbe essere uguale. Ieri subito dopo lo smacco il ministro Lollobrigida ha gettato acqua sul fuoco: «Si va avanti». Mentre Giovanni Donzelli ha minimizzato: «Approveremo una legge elettorale senza le preferenze».
Stona solo una circostanza rispetto ad una simile sceneggiatura: nelle due ultime settimane la Premier si è spesa non poco sulle preferenze. Ha messo sulla bilancia tutto il suo peso, per cui è difficile chiudere la sconfitta di ieri in una parentesi. Senza contare che le opposizioni ancora prima della votazione avevano prospettato che se l’emendamento fosse stato bocciato l’unica strada sarebbe stata quella delle urne. «Se il governo va sotto - aveva anticipato Fratoianni si va subito al voto». «Così - gli aveva fatto eco Roberto Speranza - ci risolviamo tutti i problemi. Non dovremo neppure scegliere un candidato Premier».
Una matassa ingarbugliata che la Meloni ora dovrà sbrogliare. È tutto nelle sue mani. Con il dato inequivocabile: la sua maggioranza non vuol sentir parlare di elezioni. Ma è soprattutto su un dato che la Premier dovrebbe riflettere: l’emendamento sulle preferenze ha catalizzato tutti i dubbi che covano sulla legge elettorale. Per cui non è detto che ad un incidente non ne segui un altro. Nel gioco degli specchi della politica italiana spesso una scelta è la premessa di un’altra che, magari per pudore, non viene detta. Il «non detto» è che per vincere con lo «stabilicum» il centro-destra deve fare di tutto per arrivare ad un accordo con Vannacci. È il «sottinteso» di cui parlavano ieri a Montecitorio gli esponenti di Forza Italia, quelli che dovrebbero essere sulla carta i più «stressati» dall’eventuale intesa con Vannacci.
Il problema, però, è che non tutti sono d’accordo. Fabrizio Sala, altro forzista, espone una tesi tutta sua: con lo «stabilicum» i forzisti hanno tutto da perdere.
«Per vincere - è la sua tesi - dobbiamo fare l’accordo con Vannacci, una scelta che ci penalizzerebbe sul piano dei consensi.
Se non lo facciamo prendiamo una batosta ma in quel caso si perderebbero più seggi con la nuova legge elettorale che non con l’attuale. Ergo: la nuova legge per noi è un suicidio assistito». Del resto basta fare due conti con l’attuale legge, prendendo come riferimento l’ultimo sondaggio di You Trend, senza Vannacci il centro-destra perderebbe ma prenderebbe una decina di seggi in meno alla Camera rispetto al «campo largo». Lo stabilicum, invece, sempre con il generale fuori, darebbe allo schieramento della Schlein il premio, cioè 70 seggi in più. Quindi, lo «stabilicum» implicitamente si porta dietro l’accordo con il generale che molti nel centro-destra rifiutano: mezza Forza Italia e mezza Lega. Proprio i numeri che hanno affondato l’emendamento della Meloni. Anche perché tutti sanno che la trattativa con il Generale sarà in salita.
Spiegava ieri Gianni Alemanno, alleato di Vannacci a Montecitorio: «Per ora la Meloni chiude, poi si vede. Di certo per noi è dirimente la critica alla politica europea e la strategia su Kiev.
Ma c’è sempre un’ipotesi del quarto tipo: la Meloni al Quirinale e Vannacci Premier». Sono le premesse di un confronto impervio. Siamo alle forche caudine. È la vittima rischia di essere proprio il «centro» del centro-destra che rischia l’emarginazione. Se ne sono accorti pure le opposizioni che soffiano sul fuoco.
«Questa legge elettorale - osserva il piddino Lorenzo Guerini premia le estreme. I peggiori. Il centro-destra sarà impiccato a Vannacci e noi, se si presenterà alle elezioni, a Di Battista».
L’ombra del fattore Vannacci dietro lo stop di Montecitorio. In gioco l’alleanza col generale
Scritto il 15/07/2026
da Augusto Minzolini

