C'è una città nel cuore della Penisola balcanica che tutti si sforzano di dimenticare perché è la cattiva coscienza dell'Europa. Roba che tuttora cerchiamo di non vedere. La città si chiama ovviamente Sarajevo ed è diventata la capitale della Bosnia Erzegovina, Stato figlio di una brutale guerra civile contro i serbi. L'assedio di Sarajevo è stato il più lungo assedio nella storia bellica della fine del XX secolo e si è protratto dal 5 aprile 1992 al 29 febbraio 1996. Sono passati trent'anni ma la questione non è chiusa. Sappiamo per esperienza diretta quanto siano profonde le ferite prodotte dalle guerre civili fratricide nelle quali il nemico parla la lingua dell'amico.
Tra gli scrittori che si sono cimentati con la materia, è necessario ricordare almeno William T. Vollmann, testimone diretto e autore di racconti memorabili raccolti in Ultime storie e altre storie (Mondadori, 2016).
Ora si aggiunge uno scrittore italiano, Gigi Riva, anch'egli testimone diretto come inviato del Giorno, con il romanzo, dal forte «sapore» di verità, intitolato C'era l'amore a Sarajevo (Mondadori, pagg. 224, euro 19). Riva stupisce in positivo perché cerca un approccio inedito alla materia: il reducismo. Può essere, infatti, che la vita fosse più intensa e infine soddisfacente quando rischiavi una pallottola sul cosiddetto viale dei cecchini o quando non sapevi cosa aspettarti dal vicino di casa, solidarietà o colpi di pistola. Non avere niente se non la consapevolezza che potrebbe essere l'ultimo giorno, spinge a scoprire gli altri, ad amare voracemente. Carlo, il protagonista, che si astiene per moralismo (non si tocca una donna bisognosa di tutto), in fondo non ha capito niente. La richiesta d'amore fisico non è una forma di prostituzione ma un modo di sentirsi in due, di avere un destino comune, almeno per qualche ora.
Il racconto si snoda attraverso gli incontri dei reduci. Quando Carlo torna, capisce che la pace ha i suoi difetti. Dominano la fedeltà (al partito, all'islam) e il suo contrario, la corruzione. I politici islamici dalla doppia morale, virtuosa in pubblico, ricattatoria e viziosa in privato, si adoperano per rovinare una pace complicata perché generata da una catastrofe umana, politica, militare.
A Sarajevo era iniziato il disastro del XX secolo: il colpo di pistola del nazionalista serbo Gavrilo Princip poneva fine alla vita dell'Arciduca Francesco Ferdinando e della moglie Sofia, e poneva le basi per la distruzione degli imperi centrali nella Prima guerra mondiale. Tutti dovevano piegarsi alla modernità, i «resti» di Antico regime erano inutili e da smembrare. Un evento dal quale l'Europa non seppe più rialzarsi, anche perché ci volle una Seconda guerra mondiale, peggio della prima, per trovare un assetto stabile. L'Europa aveva perso tutto e cercò di reinventarsi come istituzione di pace, mediatrice e disarmata (o meglio protetta dalle armi americane).
Alla fine del secolo, i 1425 giorni di assedio ci insegnavano una dura lezione, a volerla ascoltare. La società multiculturale esplodeva con un botto siderale, per essere ricomposta almeno in Bosnia Erzegovina alla fine della guerra, con quali esiti vedremo. Lo spettro del nazionalismo, il grande nemico della nuova Europa, riprendeva ad aggirarsi per i Balcani, nella forma più virulenta possibile. Etnia e religione (ri)entravano nel vocabolario della politica. L'ipocrisia europea sul tema della guerra veniva smascherata dalle bombe su Belgrado.
Ma non è tutto. Gli studiosi della post-modernità, e scrittori di valore come James Ballard, hanno insistito spesso su un punto. La visione reiterata dell'orrore, la circolazione globale, poi virale, delle immagini più truci, l'esposizione alla violenza avrebbero causato la morte del sentimento (ne parla diffusamente Frederic Jameson in Postmodernismo, appena ristampato da Einaudi). Come se l'anima fosse una quantità finita, erosa dalle tragedie a cui assistiamo. Forse questa idea può spiegare l'ingiustificabile. Dannunziani di seconda mano come Limonov (il Vate rischiava davvero la pelle) che fingono di sparare o forse sparano davvero dalle alture su Sarajevo. E ora lo scandalo approdato alle pagine dei giornali: i liberi professionisti dell'orrore che organizzavano, partenza dall'Italia, battute di caccia e andavano sui colli di Sarajevo per colpire i passanti. Grande divertimento, a pagamento e senza alcuna possibilità di essere raggiunti da una bella sventola di mitragliatrice.