Più che Furie Rosse, chiamiamola Fortino Rosso. Sempre però nel segno delle parole chiave entrate nella storia del calcio della Roja: continuità, talento e cantera. Insomma, una Spagna fedele al suo Dna (aggiungiamo il possesso palla, oggi strumento per controllare le gare) ma che per alcuni aspetti può dire di somigliare all'Italia dei tempi d'oro. A partire da una difesa granitica, che finora ha concesso una sola rete in 540 minuti come fecero gli azzurri di Lippi nel 2006. Accomunati a questa Spagna anche dal fatto di mandare in gol giocatori diversi: un inno al collettivo. La vittoria del Mondiale dopo 16 anni di attesa sarebbe l'ideale completamento della nuova stagione d'oro del football spagnolo. Che sta mettendo radici anche dall'altra parte dell'Oceano Atlantico: mentre Unai Simon alzava la saracinesca in America e Merino usciva dalla panchina per diventare l'uomo in più, in Galles i ragazzini terribili dell'Under 19 si prendevano il titolo europeo, imitando i più grandi. E a proposito di 19enni, c'è quel Yamal (ieri il compleanno, auguri) che finora ha viaggiato in modalità aereo, eccezione in un torneo segnato dal protagonismo dei singoli. Forse anche per la sua condizione non al top, la Spagna non è bella come quella che alzò il trofeo continentale a Berlino - altro punto di contatto con la truppa lippiana - nel 2024. Ma è solida e dimostra di non aver espresso tutto il suo potenziale. Con Lamine che sogna di ripetere le gesta dei giovani Pelé e Altafini che nel 1958 non attesero la seconda occasione. E poi c'è il ct Luis de la Fuente, l'esempio della cantera in panchina, sulla scia di Del Bosque che fece un percorso al contrario: prima il Mondiale nel 2010 (l'unico in bacheca), poi l'Europeo due anni dopo. Pensate che impresa: vincere senza un solo giocatore del Real, affossando la stella dei Blancos Mbappé.