Proprio chi pensava di aver fatto la storia con l'azione dinamitarde dell'ottobre dello scorso anno ai danni di Sigfrido Ranucci decide di avvalersi della facoltà di non rispondere davanti al pm di Roma. È il caso di Marika De Filippis, componente della banda che avrebbe compiuto l'attentato al giornalista. La donna, agli arresti domiciliari ad Avella (comune dell'avellinese) è indagata (con altre tre persone) per detenzione di esplosivi e danneggiamento con l'aggravante del metodo mafioso. Gli altri suoi sodali saranno, invece, sentiti oggi nel carcere di Rebibbia. Si tratta di Pellegrino D'Avino, ritenuto dagli inquirenti la persona che ha mantenuto i contatti con Gomes Tavares (factotum del faccendiere Lavitola, che è nella foto) e considerato l'intermediario nell'organizzazione dell'azione dinamitarda. In programma anche gli interrogatori per Antonio Passariello, colui che materialmente avrebbe piazzato l'ordigno, e Saverio Mutone. Anche all'udienza di oggi la linea difensiva, che accompagnerà D'Avino, Passariello e Mutone, sarà quella di non rispondere alle domande dei giudici: non si abbatte il muro di silenzio che avvolge la storia dell'attentato. La banda non parla. Chi sta proteggendo? I quattro della provincia irpina ammettono di essere gli esecutori dell'attentato. Non è in dubbio questo. Ma sui mandanti cala un muro di omertà. Si assumono la responsabilità dell'azione criminale per coprire chi sta più in alto? Il primo nome è quello di Gomes, che ora si trova in Camerun e sembra non intenzionato a rientrare nell'immediato. È colui che avrebbe fatto da cerniera tra il mondo di sopra e la "manovalanza". Quale la strategia dei legali dei quattro arrestati? Stanno mettendo a punto tutti gli elementi che in sede di Riesame possano far cadere l'accusa più grave: l'aggravante mafiosa. La camorra non sarebbe il cuore dell'inchiesta e sembra che l'indagine abbia preso un'altra direzione, puntando a comprendere quali siano le dinamiche del rapporto tra Ranucci e Lavitola. Secondo quanto apprende Il Giornale ci sarebbe una data importante, il 2 luglio 2026, quando D'Avino e Passariello si presentano per l'interrogatorio di garanzia davanti al Gip e al pubblico ministero Carlo Villani. Occasione in cui decidono di rendere dichiarazioni spontanee (non concordate con gli avvocati) nelle quali chiariscono un passaggio cruciale: "L'ordine era di non fare male a nessuno". In quella prima fase d'indagine la Procura era ancora sulla pista della regia criminale. Le parole di D'Avino e Passariello diventano lo snodo per aprire un altro fronte: la pista dei legami tra Ranucci e Lavitola. L'attentato doveva essere solo un'azione spettacolare e simbolica. Nulla di più, e questo lo confermano il posizionamento dell'ordigno (ruota anteriore della macchina) e la quantità del materiale esplosivo. Ora gli inquirenti sono a caccia del movente, cercando di chiarire i legami tra l'ex direttore de L'Avanti e la criminalità della provincia di Napoli. E si studiano in controluce le dichiarazioni rese alla stampa da Lavitola. Lunedì sera all'inviato di Antonino Monteleone Lavitola si è lasciato andare a una dichiarazione: "In questo caso non c'è Berlusconi che mi paga l'avvocato". Che possa essere un messaggio per dire che non è disposto a essere il solo a pagare?