L’inflazione Usa rallenta, Trump fa festa

Scritto il 15/07/2026
da Marcello Astorri

Il dato giù al 3,5%. Ma Warsh: "Tassi? Agiremo anche con le critiche del presidente"

L'inflazione americana tira il freno. A giugno la crescita dei prezzi su base annua si è attestata al 3,5%, facendo segnare un calo dello 0,4% su base mensile che secondo l'Ufficio statistico del Lavoro degli Stati Uniti è il più forte dall'aprile del 2020. L'amministrazione Trump esulta : «È il miglior dato in sei anni», ha detto il consigliere economico Kevin Hassett. Sta di fatto che, sebbene la percentuale sia migliore delle aspettative, rimane ben al di sopra della soglia di guardia del 2%. Proprio per questo ieri il presidente della Federal Reserve, Kevin Warsh, nella sua prima audizione davanti al Congresso ha dapprima definito l'inflazione un «onere ingiusto», una «tassa» sugli americani di cui «intendiamo disfarci». E poi ha pronunciato una frase che placa i timori degli analisti - i quali temevano una perdita d'indipendenza della Fed - ma certo ha messo in guardia l'inquilino della Casa Bianca. Il neo numero uno della Fed ha assicurato che per le decisioni di politica monetaria «seguirà i dati anche se Trump dovesse criticarlo».Tradotto: non si farà problemi ad alzare i tassi d'interesse, qualora lo ritenesse necessario. Se non altro, però, il rallentamento del dato sull'inflazione diminuisce l'urgenza di agire sul costo del denaro e aumenta le probabilità di un altro meeting della Fed interlocutorio il prossimo 29 luglio. L'S&P 500 e il Nasdaq hanno svoltato in positivo dopo la notizia del rallentamento dell'inflazione. Inoltre, sono state prese bene dai mercati le rassicurazioni di Warsh sul fatto che «l'economia americana è resiliente e cresce a un ritmo sostenuto». La pace però potrebbe essere momentanea: secondo quando emerge dai dati dell'istituto di statistica Usa, il rallentamento dei prezzi è dovuto in primis alla caduta dei beni energetici (-5,7% a giugno) trainato dal calo del costo della benzina (-9,7%). Ma non solo: a tirare il fiato è anche la cosiddetta inflazione di fondo, cioè al netto dell'energia, che è risultata piatta al 2,6%. Tuttavia, la ripresa delle schermaglie

su Hormuz rischia di invertire nuovamente la tendenza nei mesi a venire.

Una Fed (per il momento) meno in versione «falco» toglie pressione anche alla Banca centrale europea, che si riunirà per decidere sui tassi il 23 luglio. Allo stato delle cose, è più probabile che si decida per mantenere lo status quo almeno fino all'autunno: del resto, anche nell'Eurozona, sempre sul dato di giugno, era emerso un rallentamento dell'inflazione dal 3,2% di maggio al 2,8%. Ma i nuovi rialzi di petrolio e gas hanno messo in guardia i banchieri centrali, che anche a livello dialettico stanno preparando il terreno a eventuali nuovi rialzi dei tassi d'interesse.

Intanto, la Cina ieri ha diffuso dati sorprendenti sul suo export (+27% su anno, oltre le attese) con un surplus commerciale che a giugno si è attestato a 125,6 miliardi di dollari.